Siamo sospesi nel verde-azzurro torbido dell'Oceano del Nord a venti metri di profondità, faccia a faccia con una femmina di *Calanus helgolandicus* la cui lunghezza non supera il millimetro e mezzo, eppure occupa il centro del nostro sguardo come uno scafo di vetro incagliato nella foschia. Dove il corpo dovrebbe essere un capolavoro di trasparenza — le masse ovariche arancio-rosse, il canale digerente verde smeraldo, la geometria interna leggibile come un orologio aperto — una massa parassitaria di gregarini ha colonizzato la cavità intestinale, riempiendo il prosoma di un'opacità ambrata e granulosa che preme contro la parete chitinosa dall'interno, virando il corpo dal cristallino al resinoso, dalla luce alla materia. I gregarini sono apicomplexa, parenti lontani dei plasmodi della malaria, protisti che completano cicli asessuati e sessuati nei tessuti dell'ospite, divorandone progressivamente le riserve lipidiche mentre l'animale continua, con una malinconia meccanica, a battere le zampe natatorie e a distendere le antennule — l'esterno ancora funzionante, l'interno già altrui. Intorno, sfere rosa pallido di dinoflagellati dondolano nella colonna d'acqua come lanterne nella nebbia, e una di esse emette un breve impulso bioluminescente verde-azzurro, luce chimica fredda che illumina per un istante la scena prima di dissolversi nel buio diffuso che sale dal basso.
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