Ci si trova sospesi a pochi millimetri sopra la pianura abissale, a 4500 metri di profondità, e l'unica luce disponibile — fredda, bianca, diretta — radente — rivela una superficie di fango scuro bruno-grigio dalla texture vellutata, costellata di tests calcarei di foraminiferi mezzi sepolti, inclinati come lapidi di un cimitero in miniatura, le loro superfici di calcite che restituiscono un debole bagliore latteo contro il buio assoluto. Attraverso questo paesaggio si distende la rete ramificata di *Rhabdammina abyssorum*, un organismo unicellulare agglutinato che costruisce le proprie camere tubolari — ciascuna larga circa 200 micrometri — cementando granuli di sedimento e materia organica in strutture cilindriche leggermente curve, rugose come ghiaia compatta, che si biforcano in una raggiera piatta evocante lo scheletro di un corallo morto o un albero invernale collassato sul fondale. I giunti tra i tubi sono leggermente rigonfi e i terminali liberi si assottigliano o si sigillano, mentre sulla superficie di questi tubi si aggrappano in colonie dense minuscoli foraminiferi giovanili, i loro gusci trochospirali color crema riflettono la luce come schegge di gesso sul substrato scuro. Al di sopra di tutto, l'acqua nera e gelida preme con peso fisico, e la luce si estingue nel giro di pochi millimetri verticali, lasciando che particelle di fango in sospensione derivino nel buio come moti impercettibili prima di dissolversi nel vuoto della colonna d'acqua.
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