Ci si trova sulla superficie esterna di un virione di SARS-CoV-2, in piedi sul foglietto esterno del doppio strato lipidico, un piano ondulante di ambra e oro che si increspa in lente onde termiche come una pelle viva tesa su qualcosa che respira, disseminato di cunei d'avorio di colesterolo che irrigidiscono localmente il terreno viscoso attorno ai loro punti d'inserzione. Da questa pianura emergono in ogni direzione le proteine spike trimeriche — colonne torreggianti di cremisi scuro e rosso sangue, alte venti nanometri, con radici ancorate nella membrana che ne distorcono e sollevano il bordo lipidico, i loro fusti scanalati che si allargano salendo fino a sbocciare in cima in tre domini di legame aperti verso l'alto come pale di una turbina in attesa, presentando le loro superfici di riconoscimento al vuoto sovrastante. Tra una colonna e l'altra si aprono corridoi di quindici nanometri di bilayer libero — strade larghe tra obelischi monolitici che si ripetono fino a un orizzonte curvo, tradendo la geometria sferica dell'intero virione. In basso, lontana, la membrana cellulare ospite si distende come una pianura grigio-azzurra ricoperta di glicani ramificati come cristalli di brina, mentre sopra le spike si apre il vuoto extracellulare in un blu notte quasi assoluto, e l'intero paesaggio vibra in uno stato di silenziosa, incessante urgenza molecolare.