Sospesi all'interno di un poro del suolo, a soli cinque micrometri di altezza, ci troviamo immersi in una cattedrale di oscurità quasi totale, rischiarata soltanto dal bagliore ambrato della glomalina che lacca ogni superficie minerale come una resina di miele antico. Sopra di noi, la corteccia radicale dell'albero appena morto si sfascia in rovine di cellulosa bruna e nerastra, liberando in caduta lenta spore AMF che alla nostra scala appaiono come massi e piccole case — sferiche, ellissoidali, dai toni ambra, rosso vino e ocra — alcune già incrinate lungo le suture, che trasudano fluidi lipidici nel film acquoso circostante. Attraverso l'intera profondità della scena corrono orizzontalmente i fili argentei della rete miceliale comune, cavi iphal ancora percorsi da un tenue flusso citoplasmatico che trasporta risorse verso le radici dei sopravvissuti lontani, mentre sopra di essi il micelio saprotrofico colonizza i resti corticali con ife opache e quasi doppie in diametro, urgenti e ramificate, impegnate nella demolizione biochimica della materia organica. Da sinistra avanza un velo di filamenti giallo pallido, da destra una rete crema più densa, entrambe convergendo su questa zona ricca di nutrienti in una competizione silenziosa e millimetrica che ridisegnerà, nei prossimi giorni e settimane, l'intera architettura del suolo forestale sottostante.
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