In ogni direzione lo sguardo incontra soltanto sfere grigie che si accalcano l'una sull'altra, boulder translucidi di silicio puro la cui superficie assorbe e riemette una luce diffusa e senza sorgente, come se il materiale stesso fosse la propria lampada. Tra un atomo e l'altro, corti cilindri di densità elettronica condivisa — bianchi caldi, simili a frammenti di quarzo smerigliato — collegano ogni coppia di vicini con angoli che non si ripetono mai: nessun piano, nessun asse di simmetria sopravvive oltre due o tre legami prima che la direzione devier di dieci, quindici, venti gradi, rivelando la firma strutturale del solido amorfo, dove l'ordine a corto raggio tetraedrico esiste ma non si propaga mai in reticolo cristallino. Sparsi nel labirinto, alcuni atomi di silicio tricoordinati protendono nel vuoto angusto il loro quarto lobo orbitale insoddisfatto — un mezzo goccia color ambra-zafferano che pulsa debolmente, un legame pendente che in un semiconduttore come il silicio amorfo idrogenato si cerca di passivare con atomi di idrogeno proprio per ridurre la densità di stati nella banda proibita e rendere il materiale utilizzabile nelle celle fotovoltaiche a film sottile. La profondità si misura in strati di geometria occultata: a due lunghezze di legame le sfere si ammorbidiscono nel alone volumetrico della probabilità quantistica, a quattro si dissolvono in una nebbia grigio-arancione senza orizzonte, una clausura covalente che si richiude su se stessa in tutte le direzioni senza mai aprirsi.
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