Globorotalia Carenata, Termoclino Freddo
Foraminifera

Globorotalia Carenata, Termoclino Freddo

In questa oscurità quasi assoluta a duecento metri di profondità, l'acqua stessa ha consistenza e peso, un mezzo viscoso pervaso da una luminescenza blu-grigia così fioca da non distinguere quasi il su dal giù, mentre davanti a te emerge lentamente dalla tenebra il test di *Globorotalia menardii* — un disco biconvesso di calcite ialina color osso antico, la sua spirale trocoide serrata in archi sovrapposti separati da suture depresse che curvano dolcemente verso il centro, e al cuore della faccia ventrale si apre una piccola fossa umbilicale di buio assoluto da cui si protendono due o tre esili fili reticolopotiali, quasi invisibili, che catturano la luce ambiente come sottilissimi filamenti rifrangenti prima di dissolversi nel freddo circostante. Attorno all'intero bordo equatoriale del test corre la chiglia — la caratteristica diagnostica del genere — una lama di calcite pura e semitrasparente, sottile come un'incisione, orientata perpendicolarmente all'asse di visione, che nel punto in cui la rara luce discendente la sfiora di radenza si accende in un'unica linea luminosa continua, blu-argento invernale, che traccia il perimetro dell'organismo con la precisione di un bordo inciso nel vetro. Questa zona della termoclina fredda è spogliata della densità biologica degli strati superiori, e così il foraminifero esiste in un campo blu-nero immenso e privo di dimensione, la sua geometria arcaica e architettonica, il cerchio luminoso della chiglia unico bordo netto in un mondo altrimenti senza contorni.

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